Una tempesta sta per abbattersi sulle spiagge italiane, la direttiva Bolkestein è stata approvata in Parlamento e il futuro delle nostre coste è più incerto che mai. L’UE sta per portare a termine l’ennesimo furto ai danni delle famiglie e delle imprese italiane.

Nel precedente articolo “PNRR ed economia coloniale” avevo parlato di come il PNRR (nonostante venga dipinto dai media come l’unica ancora di salvezza per il nostro paese) non sia altro che l’ennesimo strumento a debito ideato ad hoc dall’UE per ricattare l’Italia e costringerla ad attuare riforme e politiche che hanno come unico scopo la distruzione del tessuto economico e la svendita dei principali asset nazionali, i quali fanno gola ai grandi capitali stranieri. Tutto questo a discapito delle famiglie e dei lavoratori italiani.

L’UE ci propone questi strumenti di politica fiscale e monetaria innovativi, come il MES, il PNRR, il PEPP, il QE e molti altri, facendoli passare come l’unico modo di risolvere i problemi macro-economici del nostro paese, problemi dovuti principalmente alla perdita di sovranità monetaria (come la sostenibilità del debito pubblico e lo spread) sorti con l’unione monetaria stessa. Il vero obbiettivo di questi strumenti è quello di vincolare le decisioni politiche del nostro paese che dovrebbero invece originarsi dal popolo in maniera democratica. Ci è stata tolta la possibilità di stampare moneta, di gestire in autonomia la nostra politica monetaria e adesso ogni volta che abbiamo bisogno di una politica monetaria espansiva veniamo ricattati e siamo costretti ad adempiere ai dictat dell’UE, la maggior parte delle volte a spese dei cittadini.                                                                                                              Paesi molto più deboli dell’Italia sia dal punto di vista economico che industriale (nella stessa UE) sono politicamente molto più liberi e indipendenti dell’Italia “solo” per il fatto di disporre di sovranità monetaria, penso per esempio a Polonia ed Ungheria, che non hanno affatto bisogno di eseguire alla lettera gli ordini da Bruxelles per poter attuare politiche monetarie e fiscali espansive, così come possono permettersi di non attuare direttive che danneggerebbero i propri cittadini.

Andando a ritroso di circa trent’anni molti sono stati i provvedimenti ai quali i governi che si sono susseguiti alla guida del paese hanno dovuto piegarsi, con più o meno accondiscendenza, per entrare all’interno dell’unione monetaria e per ricevere denaro, il quale la maggior parte delle volte non è andato ad incrementare l’economia reale del paese ma è entrato nel circuito finanziario internazionale dal quale non è più uscito. Penso per esempio alle privatizzazioni selvagge che hanno portato allo smantellamento dell’industria pubblica italiana svenduta ad ai grandi capitali, molti dei quali esteri; penso alle liberalizzazione e all’apertura dei mercati che ha messo l’impresa italiana nella condizione di dover concorrere con paesi nei quali il lavoro non viene minimamente tutelato e gli stipendi sono irrisori, distruggendo così il benessere sociale faticosamente conquistato dai lavoratori negli anni ’70, ’80 e ’90 (è anche per questo che gli stipendi in Italia sono fermi da trent’anni). Penso alle continue richieste di tagli alla spesa pubblica, soprattutto in ambito sanitario e scolastico, recepite ed applicate supinamente dai vari governi; gli ultimi anni sono la prova tangibile dei danni che queste politiche hanno provocato, e contrariamente a quel che traspare dalla narrazione dei principali media non erano affatto necessarie. La lista potrebbe continuare, i danni generati dalla perdita di sovranità monetaria e dalle condizionalità insite negli strumenti macro-economici comunitari sono incalcolabili, soprattutto per quanto riguarda welfare e democrazia.

Tra gli ultimi, in ordine di tempo, dei ricatti ai quali dobbiamo sottostare per poter accedere ai fondi UE, c’è l’applicazione della normativa Bolkestein. Secondo Confesercenti questa direttiva, approvata il 12/12/06 dal Parlamento e dal Consiglio UE e recepita dall’ordinamento italiano il 26/03/10, mette a rischio circa 200 000 imprese, le quali hanno subito in questi anni una forte perdita di valore proprio a causa dell’incertezza legata al loro futuro. Non solo stabilimenti balneari (sui quali si concentra l’articolo) ma anche edicole, venditori ambulanti, chioschi, tassisti e altre concessioni non verranno rinnovate in automatico ma saranno aggiudicate periodicamente attraverso un bando di gara. Dal 2010, dopo che la Bolkestein venne recepita dall’ordinamento italiano, è stato un susseguirsi di ricorsi e sentenze, fino alla proroga al 2033 concessa nel 2018 dal Governo giallo-verde, proroga annullata nel 2021 da una sentenza del Consiglio di stato. L’ultimo atto che riguarda questa normativa è stata l’approvazione, da parte del governo dei migliori, del Ddl concorrenza, imposto al parlamento dal salvatore Mario Draghi, che come suo uso ha posto il voto di fiducia sull’approvazione del disegno di legge costringendo i partiti a votarlo (i quali si sono prontamente adeguati, a parte rare eccezioni) pena la caduta del governo.                 Il destino delle concessioni balneari sembra dunque segnato, a fine 2023 tutti questi beni andranno all’asta. Molto lavoro deve ancora essere fatto dalle istituzioni per avviare questa procedura, dalla mappatura dei lotti all’indennizzo per gli attuali concessionari, ma da Bruxelles sono stati chiari, le spiagge devono andare all’asta e le gare devono essere effettuate in linea coi principi di libera circolazione dei beni e servizi, ovvero devono essere aperte anche (e soprattutto) ai capitali provenienti da paesi stranieri. La pena, il ricatto, sono pesanti sanzioni per l’Italia e il rischio che venga sospesa l’erogazione dei fondi previsti dal PNRR.

Per quanto riguarda gli stabilimenti balneari l’Italia conta circa 12 000 concessioni, 12 000 imprese molto diverse tra loro: dai resort a 5 stelle con stabilimenti balneari annessi, alle piccole spiagge attrezzate con poche decine di ombrelloni, dai lussuosi stabilimenti romagnoli o versiliesi a quelli semplici e a picco sul mare delle 5 terre. Un settore davvero molto eterogeneo da questo punto di vista, il che rende difficile pensare che sia possibile regolarlo ponendo sullo stesso piano tutte le imprese che vi appartengono, chi concepisce e chi applica direttive come questa probabilmente ha una conoscenza molto limitata del settore che va a colpire. Un altro aspetto da tenere presente è che l’Italia è il paese che per primo ha avviato attività di questo tipo, solo negli ultimi anni hanno iniziano a diffondersi anche negli altri paesi. Gli stabilimenti balneari rappresentano un patrimonio storico e culturale per il nostro paese, un’unicità a livello mondiale simbolo di un’Italia che lavora e crea ricchezza e benessere valorizzando le proprie risorse naturali. Sono da sempre stati un traino per il settore del turismo, che in Italia riveste un ruolo fondamentale, sia per quanto riguarda il contributo al PIL (che prima della pandemia era di circa il 10%) sia per quanto riguarda l’occupazione soprattutto quella giovanile.

L’Italia deve molto a queste imprese, per lo più piccole e familiari (più dell’80%) che da generazioni si prendono cura delle coste italiane, contrastando il fenomeno dell’erosione, occupandosi della pulizia delle spiagge, della sicurezza dei bagnanti e della fornitura di servizi per rendere migliori possibile le vacanze ai turisti italiani e stranieri.                                                                                                Molte delle aree in cui oggi sorgono stabilimenti balneari erano nel passato aree disastrate, discariche, vittime dell’incuria degli enti locali, nel corso degli anni grazie al duro lavoro delle famiglie che le presero in gestione, alla loro cura e alla loro dedizione, gli è stato dato un valore, è qui che nasce il turismo balneare, grazie a coloro che credevano nella valorizzazione delle coste italiane. Oggi questo business vale miliardi e fa gola a molti che vorrebbero toglierlo dalle mani di chi lo ha creato comprandolo a prezzo di saldo, multinazionali e fondi speculativi le aggrediranno come fa un cane con una bistecca e col tempo riusciranno con la forza dei loro capitali ad appropriarsene.

12 000 imprese italiane che da anni sono sul mercato e hanno retto molto meglio di altri settori le recenti crisi (data l’ormai consolidata rigidità della domanda), che da quasi un secolo creano un indotto che va a vantaggio di imprese locali e residenti, rischiano di scomparire; un settore storico e tipico dell’Italia viene svenduto al miglior offerente, chissà se negli altri paesi, meno ricattabili economicamente accetterebbero tutto ciò, o difenderebbero gli interessi dei loro lavoratori e delle loro imprese. Ma sembra che non ci sia alternativa, o la Bolkestein o niente soldi dal PNRR (il che sarebbe solo un bene per l’Italia).

L’UE cela i suoi veri intenti dietro al faro della concorrenza, promettendo migliori condizioni per i consumatori e più accessibilità alle spiagge e ai servizi per tutti, ma la realtà è molto distante da tutto ciò, i nuovi gestori si troveranno ad affrontare molti più costi rispetto agli attuali concessionari, per esempio il prezzo d’asta, l’indennizzo per i concessionari uscenti, l’acquisto o il noleggio delle attrezzature; questi costi si riverseranno inevitabilmente sul prezzo del servizio. Inoltre sarebbe interessante capire chi, sapendo di non poter mantenere la concessione per più di cinque anni, si prodigherà in investimenti strutturali essenziali per il settore; chi spenderà per i ripascimenti, per la pulizia della spiaggia, per il rinnovo e la manutenzione delle strutture? Le spiagge che vediamo oggi sono il frutto di decenni di lavoro e investimenti senza i quali non esisterebbe il turismo balneare come lo conosciamo oggi.

Posto che la concorrenza sia sempre una cosa positiva in ogni settore (argomento che meriterebbe una lunga e delicata discussione) togliere le imprese a famiglie che le portano avanti con orgoglio da generazioni non è concorrenza, svendere le imprese strategiche pubbliche o private che siano al miglior investitore straniero non è concorrenza, è l’ennesimo furto ai danni dell’economia e della sovranità italiane. Non c’è alcun rispetto per chi lavora nel settore, per chi ha creato questo business dal nulla, per chi ha investito (non da dietro un computer in un ufficio all’ultimo piano di un palazzo dell’alta finanza o di una multinazionale, ma fisicamente, in prima persona, sulla sabbia in riva al mare e sotto il sole) il suo futuro e quello della propria famiglia nelle spiagge italiane. Ma quale Stato è così servile nei confronti dei grandi capitali e della finanza internazionale e così poco interessato al benessere dei suoi cittadini da sacrificare sull’altare della concorrenza e della liberalizzazione del mercato un altro pezzo, così prezioso, della sua economia, della sua tradizione, della sua storia. Senza l’applicazione di questa direttiva le multinazionali, banche e fondi di investimento non sarebbero mai riuscite a mettere le mani su questo patrimonio il cui valore è illimitato, ma dove non arriva il mercato arrivano le normative comunitarie di una struttura sovranazionale completamente asservita agli interessi di questi soggetti, con la complicità della politica Italiana che a colpi di governi tecnici e salvatori onnipotenti ha quasi completato l’opera di distruzione del nostro paese e del benessere dei suoi cittadini. Un altro passo sta per essere fatto, un altro pezzo di economia e di storia sta per essere cancellato, e ancora una volta questo accade nell’indifferenza (e in alcuni casi accondiscendenza) del popolo italiano disinformato, illuso e addomesticato.

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