Come stanno gli italiani dopo 30 anni di UE? E dopo 20 anni dall’adozione della moneta unica? La situazione economica nel bel paese è migliorata o no? Quali sono stati i vantaggi e gli svantaggi dell’essere entrati? Queste sono domande che tutti gli italiani dovrebbero porsi, soprattutto in periodi di crisi come quello attuale.

L’intento di questo articolo è quello di fornire al lettore alcuni strumenti e dati affinché sia in grado di valutare in autonomia come la permanenza dell’Italia nell’UE abbia inciso sulla qualità della sua vita, sul suo potere di acquisto, sulla qualità dei servizi pubblici e privati dei quali si serve, e più in generale sulla situazione economica nella quale versa il suo paese. Per questo motivo, nel presente articolo, vengono analizzate e interpretate alcune variabili chiave, l’opinione di chi scrive sarà facilmente intuibile ma l’analisi ultima è lasciata esclusivamente al lettore, poichè l’obbiettivo finale di questo articolo è cercare di far comprendere alcune dinamiche macroeconomiche, che forse ancora oggi non sono state ben recepite dai cittadini, anche perchè difficilmente ci vengono spiegate dai media mainstream e spesso le persone non hanno tempo o interesse per l’argomento, tuttavia “anche se loro non pensano tutto il giorno all’economia, l’economia pensa a loro costantemente”.

Cominceremo con un breve excursus storico degli avvenimenti che hanno portato alla costruzione dell’economia europea per come la conosciamo oggi, in seguito ci concentreremo su alcune variabili macro-economiche cercando di analizzare il loro andamento, attraverso dei grafici, sottolineando la situazione prima e dopo l’entrata dell’Italia nell’UE e l’adozione dell’euro.

Il percorso di integrazione europeo ha avuto diverse tappe, l’UE nasce ufficialmente nel 1992 con la ratifica del trattato di Maastricht, attraverso il quale vengono istituiti il mercato unico e la libera circolazione di capitali, merci, servizi e persone all’interno dell’UE. Nel 1997 viene sottoscritto dai paesi membri dell’unione il patto di stabilità e crescita (PSC) con il quale vengono ribaditi i parametri stabiliti a Maastricht, ovvero i paesi membri devono mantenere un rapporto deficit/PIL inferiore al 3% ed un rapporto debito pubblico/PIL che tende al 60%, i paesi che non soddisfano questi requisiti devono mettere in atto misure correttive che li riportino a questi livelli, se non si adeguano vengono sottoposti a sanzioni fino allo 0,5% del PIL. Questi impegni vengono ribaditi nel 2012 dal fiscal compact (a seguito del whatever it takes di Draghi) e comunque sono insiti nei vari strumenti europei che ci sono stati prorposti in questi ultimi anni, come il Mes e il PNRR, iniezioni di denaro sotto forma principalmente di prestiti subordinati alla realizzazione di determinate riforme volute da Bruxelles, come per esempio riduzione delle pensioni, tagli a sanità e istruzione, privatizzazioni, spending review e molte altre politiche volte, nel lungo periodo, a ridurre il debito pubblico, attraverso maggiori entrate (tasse) o minor spesa pubblica. Viene anche incentivata la concorrenza all’interno dell’unione così da raggiungere un efficienza maggiore e quindi più benessere diffuso, anche se molte volte questo si è tradotto in diminuzioni della qualità dei servizi offerti o in un peggioramento delle condizioni di lavoro dei dipendenti, altre volte ha causato il fallimento o la delocalizzazione delle imprese.

In sintesi quello che ci chiede l’UE è di tagliare il debito pubblico, renderlo sostenibile attraverso riforme strutturali del mercato del lavoro, lasciare l’iniziativa ai privati in più settori possibile riducendo l’intervento dello Stato in economia. Anche quando ci vengono forniti miliardi attraverso strumenti innovativi di politica monetaria come il PNRR o attraverso gli acquisti di titoli di Stato italiani della BCE (dai quali dipendiamo perchè abbiamo rinunciato alla nostra sovranità monetaria entrando nell’UE) in realtà sono subordinati ad un progetto di lungo periodo che prevede di aumentare le entrate pubbliche e diminuire la spesa.

È possibile osservare tutto questo guardando l’avanzo primario, ovvero la differenze tra le entrate dello Stato (essenzialmente tasse, ovvero soldi che lo Stato preleva dai cittadini) e le uscite dello Stato (spesa pubblica, cioè i soldi che lo stato versa ai cittadini o che comunque spende per fornire loro servizi come la sanità, l’istruzione etc.. ) senza considerare però gli interessi sul debito (ovvero i soldi che lo Stato paga agli individui dai quali ha preso in prestito il denaro). L’avanzo primario costituisce una misura effettiva della differenza tra i soldi che i cittadini versano e ricevono dallo Stato ogni anno.




La linea più elevata rappresenta l’andamento annuale del deficit complessivo, concentriamoci però sulle altre due curve tratteggiate sottostanti, che si intersecano in corrispondenza dell’anno 1992, sono rispettivamente la spesa primaria e le entrate pubbliche. Dal 1964 fino al 1992 le uscite pubbliche sono state maggiori delle entrate (area colorata in rosso) facendo registrare in questo periodo un deficit primario annuale. Dopo il 1992 la situazione si è invertita, le entrate pubbliche (tasse) sono state superiori alle uscite (spesa pubblica) in quasi tutti gli anni (unica eccezione 2009) facendo registrare un avanzo primario (area verde).
In linea coi dettami di politica fiscale europei, l’Italia è stato il paese più rigoroso e che ha fatto registrare un avanzo primario maggiore rispetto a tutti gli altri paesi UE, come rileva la classifica, stilata dal FMI, dei paesi che negli ultimi 25 anni hanno registrato un avanzo primario maggiore.
Qui sotto un grafico che confronta gli avanzi primari medi dei principali competitor europei dell’Italia.


Passiamo adesso in rassegna un po’ di dati sull’andamento delle principali variabili macroeconomiche italiane dall’entrata nell’UE e dall’adozione dell’euro, ponendo particolare attenzione ai salari reali, al tasso di povertà e al PIL pro-capite nel nostro paese.


Partiamo dall’andamento dei salari reali (ovvero i salari depurati dall’inflazione, che indicano la variazione del potere di acquisto dei lavoratori). Come si vede dal grafico dal 1960 al 1990 i salari reali degli italiani hanno continuato a crescere, dal 1992 si è verificato un netto arresto della crescita salariale che è proseguito fino al 2012 facendo registrare addirittura una riduzione netta.


Dal 2012 ad oggi le cose non sono migliorate e il trend è continuato facendo registrare all’Italia uno dei peggiori risultati di tutta l’UE.

È interessante adesso confrontare i due grafici, quello che ci mostra l’andamento dell’avanzo primario, e quello dei salari reali, la correlazione è netta, fino a quando si è registrato un deficit primario i salari reali (quindi il potere di acquisto dei cittadini) hanno continuato a crescere vertiginosamente, per poi arrestarsi di botto negli anni ’90 in concomitanza con politiche fiscali restrittive, adottate col trattato di Maastricht, che hanno portato l’Italia a registrare avanzi primari negli anni successivi.
Lascio giudicare a chi leggerà questo articolo (in particolare ai lavoratori) gli effetti delle politiche e dei trattati UE sulle loro vite.
Un altro aspetto da tenere in considerazione è l’andamento dei tassi di povertà assoluta e relativa registrati in Italia dall’adozione dell’euro.

I dati relativi alla povertà assoluta partono dal 2005, ma il trend è evidente, il numero di individui in Italia che vivono sotto la soglia di povertà assoluta è triplicato nell’ultimo ventennio. Anche in questo caso lascio giudicare al lettore gli effetti che le politiche europee hanno avuto sul paese.




Altro aspetto rilevante è l’andamento del Pil pro-capite in Italia, sempre dall’introduzione della moneta unica.

Come mostra il grafico fino al 2002 il trend era crescente, per poi arrestarsi (anche a seguito della crisi del 2008) e assumere un andamento negativo fino ad oggi. A seguito dell’introduzione dell’euro c’è stato quindi un netto peggioramento anche del PIL pro-capite italiano.

Se guardiamo il tasso di risparmio, il reddito disponibile e la spesa per consumi, anche tutte queste variabili hanno subito un forte peggioramento a seguito degli anni ’90 con l’introduzione dei vincoli comunitari.

Quindi, ricapitolando, da quando abbiamo aderito a Maastricht e adottato l’euro come valuta nazionale, rinunciando alla nostra sovranità monetaria, le variabili economiche hanno avuto questa evoluzione:

_i salari reali, che sono cresciuti vertiginosamente dal 1960 al 1990, nel 1992 in seguito a Maastricht hanno smesso di crescere e il loro trend per i trent’anni successivi è stato stagnante, leggermente decrescente.

_La povertà assoluta è triplicata, passando da 1,911 milioni di persone a 5,571 milioni

_Il Pil procapite dopo essere cresciuto vertiginosamente fino al 2002, anno di introduzione dell’euro, ha avuto un andamento decrescente per tutto il ventennio successivo.

_Il tasso di risparmio, da quando abbiamo sottoscritto Maastricht è calato a picco

_Il reddito disponibile e la spesa per consumi hanno subito un forte arresto entrambi nei primi anni ’90

Ora chi scrive non vuole dire che l’ingresso dell’Italia nell’UE sia la causa di questo tremendo andamento economico registrato negli ultimi 25 anni, ma senza alcun dubbio possiamo dire che non è stata la soluzione.

L’Italia quando ha firmato il trattato di Mastricht è entrata nell’UE con un debito pubblico elevato, che allora ammontava a circa il 105% del PIL, nonostante le politiche fiscali restrittive che si sono attuate dal 1992 in poi il debito pubblico italiano ha continuato a crescere fino ad attestarsi attualmente ad un livello del 150%.

Non tutti i paesi sono stati danneggiati da Maastricht e dalla moneta unica, abbiamo visto per esempio che gli stipendi sono cresciuti in quasi tutti gli altri paesi UE, come la Germania o la Francia. Questo perchè le economie dei diversi paesi membri sono molto differenti tra loro, alcuni come la Germania basano la loro ricchezza soprattutto sull’esportazione e una moneta forte accompagnata da politiche monetarie e fiscali restrittive la avvantaggia perchè la rende più competitiva sui mercati internazionali, lo stesso non si può dire per paesi come l’Italia, la Spagna o la Grecia. Inoltre aver aderito all’UE con un debito pubblico così elevato è stato deleterio in tutto e per tutto per il nostro paese che ha dovuto subire 25 anni di avanzo primario con le conseguenze che abbiamo appena visto.

È incredibile come, nonostante questi dati siano accessibili a tutti, ancora oggi l’UE goda dell’approvazione di una larga maggioranza del popolo italiano, sicuramente un ruolo determinate lo hanno i social media e le fonti di informazione, ma visto il trend degli ultimi 25 anni e il futuro drammatico che ci attende dopo la pandemia e con il conflitto in Ucraina sarebbe il momento che tutti, o almeno più gente possibile, prendano coscienza di queste informazioni e si interroghino sui benefici e gli svantaggi di rimanere nell’unione monetaria. Come ha mostrato l’Inghilterra uscire è possibile, riprendere in mano le redini della nostra economia si può fare dipende solo dalla volontà degli Italiani.

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