Come affronteranno l’Inverno i cittadini italiani? Molte famiglie e attività hanno visto raddoppiare o triplicare il costo delle ultime bollette, a parità di consumo con i periodi precedenti. Il clima che si respira tra i cittadini e nei social non è dei migliori, in molti sono preoccupati e non sanno cosa aspettarsi dal futuro. L’esecutivo attualmente in carica prende tempo e l’unico provvedimento che prenderà per arginare i rincari ad oggi sembra essere il razionamento dei consumi. Ma come viene stabilito il prezzo dell’energia che arriva nelle nostre case? Quali sono i fattori che influiscono sulla sua formazione? Che effetti hanno avuto il conflitto in Ucraina e le sanzioni applicate alla Russia sui mercati delle commodity e sul costo delle bollette?

La stagione estiva sta giungendo al termine e in Italia ci si prepara alle elezioni politiche che avranno luogo il 25 Settembre 2022. Il nuovo governo si troverà a dover gestire una situazione davvero molto complicata, ci sono vari problemi che affliggono l’Italia e varie emergenze che dovranno essere affrontate. Primo fra tutti c’è l’aumento vertiginoso dei costi energetici, una vera e propria tempesta che sta per abbattersi sulle famiglie e sulle imprese italiane, già fortemente provate dalla recente pandemia.

Difficilmente l’industria italiana riuscirà a reggere la concorrenza dei competitors internazionali, molti dei quali per il momento non hanno ancora visto un così elevato e repentino aumento dei costi energetici. I problemi dell’industria si rifletteranno inevitabilmente sull’occupazione e sui salari, mettendo in seria difficoltà le famiglie italiane, le quali oltre a veder aumentare il costo delle bollette e di molti altri beni (anche di prima necessità) si troveranno nel bel mezzo di una recessione economica, con il rischio per molti cittadini di perdere il posto di lavoro.

Le cause di questi aumenti spropositati sono molteplici e non si esauriscono solamente con il conflitto tra Russia e Ucraina, ma sono il frutto di precise strategie economiche e geopolitiche portate avanti negli ultimi anni.

Il prezzo del gas, attraverso il quale ogni giorno viene prodotta l’energia che arriva poi nelle nostre case, viene stabilito in diversi mercati, il prezzo determinato nel TTF (Title Transfer Facility) che ha sede in Olanda, viene preso come riferimento a livello europeo. All’interno di questo mercato (il TTF appunto) ogni giorno viene venduto e comprato gas naturale ad un prezzo che poi si rifletterà sul prezzo applicato ai consumatori finali. Il TTF è un mercato estremamente volatile nel quale il prezzo del gas varia giornalmente a seconda delle aspettative, seguendo le logiche di domanda e offerta, è quindi sufficiente che una notizia sia ritenuta credibile dagli operatori per far oscillare in maniera consistente il prezzo del gas naturale senza che in realtà si siano verificati significativi aumenti dei costi di estrazione o di trasporto.

Prima del 2013 i prezzi del gas italiano erano determinati sulla base di contratti a lungo termine che garantivano una certa stabilità e sicurezza sia per compratori che per fornitori, contratti che si sono via via ridotti, su indicazioni precise dell’UE mirate al perseguimento del libero mercato, venendo progressivamente sostituiti da contratti spot nei quali il prezzo del gas è indicizzato al prezzo generato nel TTF. Le conseguenze di questa scelta economica sono oggi davanti agli occhi di tutti.

Un altro aspetto che contribuisce all’aumento dei costi delle bollette è da ricercare nelle massicce privatizzazioni portate avanti dai governi italiani nei decenni scorsi, sempre in nome del libero mercato e delle politiche di integrazione europee. Basti pensare che in un periodo come quello attuale, dove famiglie e imprese sono sull’orlo del collasso, Eni, sfruttando l’andamento favorevole dei prezzi delle commodity (come si legge in un suo comunicato) ha aumentato i profitti del 600% (si parla di più di 7 miliardi di euro). Una vera impresa pubblica non si sarebbe comportata in questo modo, non avrebbe anteposto gli interessi degli azionisti (metà dei quali esteri) a quelli dei cittadini italiani, ma avrebbe utilizzato quegli utili per abbattere i costi energetici sostenuti da famiglie e imprese. Il fatto che Eni abbia spostato la propria sede in Olanda è una dimostrazione di come ormai le imprese partecipate (che una volte erano vere e proprie imprese pubbliche), dopo aver messo sul mercato la maggior parte delle loro azioni, siano diventate o per lo meno si comportino a tutti gli effetti come imprese private, il cui unico obbiettivo è massimizzare gli utili da distribuire tra gli azionisti.

Azionisti di Eni

Un’altra variabile che incide fortemente sul prezzo attuale dell’energia in Italia e in tutta Europa è la politica di transizione energetica che è stata portata avanti negli ultimi anni nell’UE. Una politica che spesso presentava un ecologismo solo di facciata, che ben poco aveva a che vedere con la sostenibilità ambientale ma consisteva il più delle volte in operazioni di marketing portate avanti dalle istituzioni e dalle imprese multinazionali, che attraverso pratiche di green washing hanno cercato di riabilitare la loro immagine agli occhi dei cittadini e di incrementare i loro profitti. Pur essendo la sostenibilità ambientale una delle più grandi sfide del nostro tempo, questa deve essere graduale e produrre un effettivo beneficio per la collettività, non essere funzionale ai mercati o essere un mero pretesto per incentivare e rinnovare la produzione, come invece è accaduto spesso in passato (per esempio con le auto elettriche).

In nome della transizione energetica il governo tedesco si è impegnato a non far scendere il prezzo di emissione di una tonnellata di CO2 sotto i 60 euro. Sul mercato EU Ets (il mercato europeo nel quale vengono scambiate quote di emissione di CO2) il costo per tonnellata di CO2 emessa ha superato i 70 euro (triplicato rispetto a due anni fa). Un aumento che ha contribuito a far lievitare il costo delle bollette, considerato anche che con il taglio delle forniture di gas russo si è cercato di massimizzare la quantità di energia elettrica prodotta proprio tramite impianti a carbone (alla faccia della transizione energetica), i quali hanno emissioni nettamente superiori rispetto a quelle del gas, e che per poter produrre hanno bisogno di acquistare quote sul mercato EU Ets ad un prezzo mai visto prima.

Con questo non si vuole mettere in dubbio la necessità di portare lo sviluppo industriale ed economico su un binario sostenibile dal punto di vista ambientale, tuttavia forzare questo processo può avere effetti indesiderati e può risultare un vero boomerang per la nostra economia, come sta succedendo attualmente.

In oltre ad incidere sui prezzi dell’energia è anche la ripresa, a livello globale, dell’attività da parte di quelle imprese che avevano dovuto chiudere durante il periodo del Covid. Questa ripresa ha senz’altro provocato un aumento repentino della domanda di energia, necessaria ormai per qualsiasi tipo di attività, spingendone il prezzo verso l’alto e generando spinte inflazionistiche generalizzate.

Le sanzioni alla Russia hanno fatto da detonatore mediatico, palesando e aggravando un problema che però era già presente, un problema creato nel corso degli anni da politiche di privatizzazione del settore energetico, da politiche di liberalizzazione del mercato, da politiche di transizione energetica, tutte scelte politiche determinate dall’adesione del nostro paese all’UE e dall’adeguamento dell’industria e dei mercati alle direttive comunitarie.

Sempre in ottemperanza dei vincoli di bilancio europei, il governo italiano si trova con le mani legate, impossibilitato ad attuare uno scostamento di bilancio che potrebbe, nel breve periodo, arginare almeno in parte, gli aumenti dei costi energetici eliminando tasse e imposte dalle bollette, o quantomeno sostenere famiglie e imprese in questo periodo di profonda difficoltà. Mentre in altri paesi europei i governi stanno riversando miliardi per aiutare le imprese e stanno avviando politiche di rinazionalizzazione dei principali gestori energetici (come sta accadendo per Edf in Francia) in Italia a causa dell’elevato debito pubblico e non disponendo della sovranità monetaria questo tipo di interventi ci vengono preclusi, l’esecutivo (il governo dei migliori) sta temporeggiando ed è restio ad un’ulteriore scostamento di bilancio (in Inghilterra il nuovo governo ha varato un piano da 180 miliardi contro il caro bollette assumendosi gli oneri aggiuntivi che altrimenti sarebbero gravati sui cittadini britannici), così facendo famiglie e imprese vengono lasciate in balia dei mercati e della speculazione finanziaria, e il gap competitivo tra noi e gli altri paesi aumenta ulteriormente, già fortemente gravato dal dumping fiscale ora deve reggere anche quello energetico, a causa del mancato intervento pubblico. Questo porterà ad ulteriori fallimenti e delocalizzazioni (le imprese vorranno produrre dove tasse e bollette hanno costi più contenuti) implementando quel circolo vizioso recessivo nel quale ci troviamo da anni. In compenso il MiTE , per contrastare la “crisi del gas russo” in vista dell’inverno si appresta a varare un piano di risparmio energetico che obbligherà famiglie e imprese a ridurre i consumi.

Per quanto riguarda gli effetti diretti delle sanzioni alla Russia sul nostro paese devono ancora esplicitarsi completamente, anche perché Gazprom ha annunciato un’aumento dei prezzi del gas che esporta in Europa solo a partire da quest’inverno (gli aumenti attuali sono dovuti più che altro alle oscillazioni dei prezzi sul mercato Etf). Attualmente Gazprom sembrerebbe tenere sotto scacco l’Italia e l’Europa (e non il contrario), infatti se la multinazionale (controllata dal governo della Federazione Russa) decidesse di interrompere permanentemente le forniture di gas, per il continente si prospetterebbe uno scenario veramente drammatico, non potendo ad oggi la nostra industria fare a meno di quella risorsa produttiva. Sicuramente le sanzioni hanno influito sulle aspettative dei mercati, che hanno reagito innalzando i prezzi delle commodity, portando profitti per alcune imprese, come Eni, che ne hanno approfittato speculando sulla situazione attuale.

Per uscire da questa situazione non esiste una soluzione unica, l’Italia deve invertire completamente la rotta intrapresa negli ultimi trent’anni, per prima cosa è necessario che nel breve periodo il governo attui un rilevante scostamento di bilancio per evitare di aumentare ulteriormente il numero di persone che in Italia vive sotto la soglia di povertà assoluta (più di cinque milioni) e per evitare il collasso dell’industria italiana. Successivamente è necessario che aziende come Eni, Enel, Saipem, Edison vengano rinazionalizzate e tornino ad agire in favore dei cittadini italiani e non degli azionisti internazionali (come Edf, Electricite de France). É essenziale poi che il mercato del prezzo del gas venga tolto dalle mani della finanza speculativa e si torni ai contratti di lungo termine, estremamente più stabili, eliminando quella volatilità che tanto arricchisce gli speculatori e destabilizza l’economia reale. Inoltre diventa fondamentale per il futuro, diversificare le importazione di gas e petrolio, cercando di rifornirci da paesi che per posizione geografica sono nostri partner storici e naturali come i paesi del nord Africa e dell’Europa dell’est, e diversificare anche le fonti di produzione energetica cercando di spostarci verso energie rinnovabili, di cui l’Italia è ricca, aumentando il più possibile la produzione nazionale.

Determinare se sia stato giusto o meno sanzionare la Russia per aver invaso l’Ucraina non è lo scopo dell’articolo, sicuramente se l’obbiettivo era quello di porre fine al conflitto non è ancora stato raggiunto, mentre per quanto riguarda gli effetti sull’economia italiana ed europea potrebbero essere disastrosi e mettere in crisi la tenuta sociale del paese già da questo inverno. Di sicuro le politiche adottate dal governo e i mancati interventi, dovuti al rispetto dei vincoli europei, stanno portando il paese sull’orlo del fallimento (se non a livello contabile, almeno nel breve periodo, sicuramente a livello reale) e l’Inverno sta arrivando!

L’unica salvezza per il paese è una presa di coscienza collettiva a livello nazionale, aprire gli occhi e rendersi conto di come i vincoli europei nel corso degli anni non abbiano fatto che danni all’industria e ai cittadini italiani, il tempo a nostra disposizione non è più molto, e il 25 settembre alle urne, sarà essenziale far sentire al sistema UE (di cui tutti i principali partiti si fanno portavoce e del quale si dichiarano fedeli seguaci) che c’è una parte del paese che non intende più piegarsi ai vincoli che ci vengono imposti, lasciando che il peso delle crisi gravi interamente su famiglie e imprese (soprattutto piccole e medie che non hanno la possibilità o non vogliono scappare all’estero). Una parte del paese che pretende che lo Stato torni a prendersi cura dei suoi cittadini e accompagni lo sviluppo economico industriale e sociale dell’Italia tutelandolo dalle speculazioni dei mercati e dalla concorrenza degli altri paesi.

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